L’atlantide di Ayn Rand
30 Gennaio 2008 Terzo e ultimo libro del ciclo ‘La rivolta di Atlante’.
La storia di Dagny Taggart arriva all’epilogo.
La società piegata agli interessi dei potenti è sempre più messa in crisi dalla fuga degli imprenditori che hanno smesso di lottare, stanchi di vedersi sottrarre le loro conquiste, le loro ricchezze e i loro meriti dai burocrati, dai politicanti al potere che non sanno prendere nessuna decisione utile, quando questa potrebbe provocare malumori nella società.
Il risultato è uno stato disorganizzato, in cui il prezzo da pagare per conservare lo status quo, si lotta solo per scaricare le responsabilità, che immancabilmente finiranno per gravare su quelle persone che preferiscono il bene comune al proprio.
Ma oramai quegli imprenditori che si facevano carico di trascinare economicamente la nazione si sono stancati non veder riconosciuti i propri meriti; si sono stancati di vedere i propri sforzi resi vani da politiche miopi; sono stufi di temporanee misure tese alla sopravvivenza e mai al risanamento.
Solo la protagonista rimane al suo posto, non perchè sia schierata con i politici ottusi, ma solo per amore del suo lavoro e di quelle poche persone che ancora cercano di svolgere i compiti loro affidati al meglio delle loro possibilità… finchè…
“Non chiederti perchè non senti antagonismo per noi. Sarai una di noi, finchè rimarrai innamorata delle tue ferrovie, delle tue locomotive.. .. L’unica persona che non si potrà mai redimere è chi vive senza passione.”
“.. le decisioni erano prese in anticipo, in forma furtivamente privata, a colazione, a pranzo o nei bar; più grave l’argomento, più casuale il metodo per sistemarlo.”
“Mi piacerebbe vivere, signor Rearden. Dio, come mi piacerebbe! - lo disse con voce appassionata e tranquilla. - Non perchè muoio.. ma perchè l’ho scoperto solo stasera, che cosa significa veramente essere vivo.. e.. è buffo..”









