La vita di Nineddu,anarchico sardo, educato secondo i ruvidi metodi contadini, raccontata attraverso i suoi occhi e le sue parole.
Il romanzo d’esordio di Niffoi, nel quale si intravede già l’intenzione di usare la lingua sarda, la sua musicalità, per descrivere alcune situazioni cui l’italiano non renderebbe piena giustizia. Tuttavia l’uso del sardo è ancora un po’ limitato, quasi che l’autore avesse paura di esagerare.
“... ma in questa vita continuavo a fare capitomboli e a non capire niente di queste persone che avevano sempre ragione solo perchè si consideravano grandi..“
“..gli accadimenti si succedevano quasi per caso e se il padreterno decideva di aprire il recinto delle capre per sacrificarne una, lo faceva come se stesse giocando a mosca cieca, a chi tocca, tocca“
“Per questo ed altro, continuerò a sputare in faccia a quei professorini che pensano che noi dei paesi siamo tutti tarati e delinquenti. Ma che si credono questi Noroddile perchè hanno il cesso e l’ospedale.“
“Ninè, l’uomo che legge ne vale almeno due, e forse anche tre, quello che non legge rimane una bestia. .. non passare in questo mondo lasciando solo scoregge e letame.“
“Gli uomini si riunirono in cucina,… .. a riflettere a voce bassa sulla precarietà dell’esistenza, che è lana filata fina fina, come dice sempre tziu Lettorina, e dove si spezza si spezza, e nessuno ci può fare il nodo.“
“Se non ci credete voi all’inferno, perchè cazzo dovrei credere io? La parte di cielo che mi spetta, io inizio a prendermela in questo mondo, che magari quell’altro neanche esiste.“
14 Aprile 2007 alle 12:44 pm |
Grazie per la segnalazione, Ciao Giulia
14 Aprile 2007 alle 1:17 pm |
… un passo per lasciare un salutino e augurare buon week end….